Due cose sono particolarmente importanti per stare bene:
- non aver paura di sbagliare
- sapere che qualcuno sta dalla tua parte
Vale in casa e vale in azienda. Sempre.
sabato 24 ottobre 2009
venerdì 2 ottobre 2009
I paradigmi del benessere
Le ricerche sullo "Stato Sociale" mi sono servite a capire meglio quale fosse la logica evolutiva di ciò che è la percezione del benessere nelle società più evolute.
A cosa serve saperlo per chi si occupa di comunicazione ed in particolare di comunicazione a fini commerciale? A mio avviso serve a fissare qualche paradigma che valga da riferimento per le tante e diverse nozioni di benessere. Quando ci si sente in uno stato di benessere, cioè di soddisfazione?
Durante le crisi economiche, ad esempio, la paura per il proprio futuro diventa contagiosa quando essa non riguarda più solo il timore di non poter più spendere per cose "secondarie", che diventano "superflue", e quando si diffonde il timore che vengano meno le possibilità di far fronte ai bisogni primari (la casa, il mantenimento della propria famiglia, le spese più elementari).
La nostra attuale crisi economica si è avvitata su sé stessa proprio perchè cambia la nozione di benessere e cambiano le esigenze di sicurezza. Benessere e sicurezza... ecco un binomio che consente di capire quando finalmente il benessere può invece essere legato alla cultura, allo sport, alla frequentazione dei posti belli, ecc... cioè a quelle cose "secondarie" di cui si può fare a meno ma non si vorrebbe farne a meno perchè ci fanno "crescere".
Se le imprese lo capissero, invece di inventarsi sistemi organizzativi basati sulle relazioni gerarchiche e sulla competizione (spendendo peraltro un sacco di soldi in premi, sistemi di controllo, macchinari, ecc.) si concentrerebbero maggiormente sulle strategie per diffondere il benessere in azienda per poi poterlo diffondere fuori, credendoci.
Non è un caso che le società nazionali più evolute ed in grado di competere con le altre siano quelle che per prime hanno affrontato in termini risolutivi il tema del benessere sociale al proprio interno. Una società coesa è in grado di operare meglio di una società non coesa, o addirittura disgregata. Un concetto elementare, facilmente comprensibile se si parla in termini storici, eppure poco presente nelle filosofie aziendali.
La ragione di questa mancanza nella cultura di impresa deriva essenzialmente da un dato e cioè che quando si parla di impresa si ragiona ancora esclusivamente in termini di "fattori produttivi" o di "l'insieme dei fattori organizzati per realizzare le condizioni obiettivo-finalistiche" e non, come dico io, di "comunità sociale che trasforma i fattori, rendendoli produttivi attraverso l'esercizio di principi economici".
Ciò significa che se le strategie aziendali non partono da quei singoli che assieme operano per conseguire uno scopo economico è proprio lo scopo economico che diventa difficile da conseguire. I singoli vivono di relazioni, di interessi, di problematiche, di ambiente, di aspirazioni, ecc... ed è l'intreccio di tutto ciò che consente loro, volente o nolente, di essere comunità.
Faremmo un passo avanti se, nell'affrontare le strategie di crescita aziendale e di posizionamento sul mercato, cominciassimo a considerare inderogabile l'obiettivo di farli sentire comunità e soprattutto una comunità che tende a stare bene.
Quando qualcuno opera in un'impresa lo fa dedicandole larga parte della sua vita attiva restandone condizionato per tutto ciò che è la sua sfera individuale, sociale ed affettiva. Ha senso ignorarlo? E che senso ha un'impresa che si dimentica di esistere in virtù delle sue risorse umane?
Analizzare la storia dello Stato (o degli Stati sociali) è dunque un ottimo inizio che permette di capire che cambia l'ampiezza del contesto ma non la logica che ne ispira le dinamiche.
Questo approccio è per me propedeutico ai successivi ragionamenti che riguarderanno il welfare aziendale che potrà e dovrà essere inserito nel contesto del marketing interno che, relazionandosi al marketing esterno, diventa il complesso ragionamento della strategia di mercato che dovrebbe adottare l'impresa che vuole vincere le competizioni.
Paolo
A cosa serve saperlo per chi si occupa di comunicazione ed in particolare di comunicazione a fini commerciale? A mio avviso serve a fissare qualche paradigma che valga da riferimento per le tante e diverse nozioni di benessere. Quando ci si sente in uno stato di benessere, cioè di soddisfazione?
Durante le crisi economiche, ad esempio, la paura per il proprio futuro diventa contagiosa quando essa non riguarda più solo il timore di non poter più spendere per cose "secondarie", che diventano "superflue", e quando si diffonde il timore che vengano meno le possibilità di far fronte ai bisogni primari (la casa, il mantenimento della propria famiglia, le spese più elementari).
La nostra attuale crisi economica si è avvitata su sé stessa proprio perchè cambia la nozione di benessere e cambiano le esigenze di sicurezza. Benessere e sicurezza... ecco un binomio che consente di capire quando finalmente il benessere può invece essere legato alla cultura, allo sport, alla frequentazione dei posti belli, ecc... cioè a quelle cose "secondarie" di cui si può fare a meno ma non si vorrebbe farne a meno perchè ci fanno "crescere".
Se le imprese lo capissero, invece di inventarsi sistemi organizzativi basati sulle relazioni gerarchiche e sulla competizione (spendendo peraltro un sacco di soldi in premi, sistemi di controllo, macchinari, ecc.) si concentrerebbero maggiormente sulle strategie per diffondere il benessere in azienda per poi poterlo diffondere fuori, credendoci.
Non è un caso che le società nazionali più evolute ed in grado di competere con le altre siano quelle che per prime hanno affrontato in termini risolutivi il tema del benessere sociale al proprio interno. Una società coesa è in grado di operare meglio di una società non coesa, o addirittura disgregata. Un concetto elementare, facilmente comprensibile se si parla in termini storici, eppure poco presente nelle filosofie aziendali.
La ragione di questa mancanza nella cultura di impresa deriva essenzialmente da un dato e cioè che quando si parla di impresa si ragiona ancora esclusivamente in termini di "fattori produttivi" o di "l'insieme dei fattori organizzati per realizzare le condizioni obiettivo-finalistiche" e non, come dico io, di "comunità sociale che trasforma i fattori, rendendoli produttivi attraverso l'esercizio di principi economici".
Ciò significa che se le strategie aziendali non partono da quei singoli che assieme operano per conseguire uno scopo economico è proprio lo scopo economico che diventa difficile da conseguire. I singoli vivono di relazioni, di interessi, di problematiche, di ambiente, di aspirazioni, ecc... ed è l'intreccio di tutto ciò che consente loro, volente o nolente, di essere comunità.
Faremmo un passo avanti se, nell'affrontare le strategie di crescita aziendale e di posizionamento sul mercato, cominciassimo a considerare inderogabile l'obiettivo di farli sentire comunità e soprattutto una comunità che tende a stare bene.
Quando qualcuno opera in un'impresa lo fa dedicandole larga parte della sua vita attiva restandone condizionato per tutto ciò che è la sua sfera individuale, sociale ed affettiva. Ha senso ignorarlo? E che senso ha un'impresa che si dimentica di esistere in virtù delle sue risorse umane?
Analizzare la storia dello Stato (o degli Stati sociali) è dunque un ottimo inizio che permette di capire che cambia l'ampiezza del contesto ma non la logica che ne ispira le dinamiche.
Questo approccio è per me propedeutico ai successivi ragionamenti che riguarderanno il welfare aziendale che potrà e dovrà essere inserito nel contesto del marketing interno che, relazionandosi al marketing esterno, diventa il complesso ragionamento della strategia di mercato che dovrebbe adottare l'impresa che vuole vincere le competizioni.
Paolo
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