Due cose sono particolarmente importanti per stare bene:
- non aver paura di sbagliare
- sapere che qualcuno sta dalla tua parte
Vale in casa e vale in azienda. Sempre.
sabato 24 ottobre 2009
venerdì 2 ottobre 2009
I paradigmi del benessere
Le ricerche sullo "Stato Sociale" mi sono servite a capire meglio quale fosse la logica evolutiva di ciò che è la percezione del benessere nelle società più evolute.
A cosa serve saperlo per chi si occupa di comunicazione ed in particolare di comunicazione a fini commerciale? A mio avviso serve a fissare qualche paradigma che valga da riferimento per le tante e diverse nozioni di benessere. Quando ci si sente in uno stato di benessere, cioè di soddisfazione?
Durante le crisi economiche, ad esempio, la paura per il proprio futuro diventa contagiosa quando essa non riguarda più solo il timore di non poter più spendere per cose "secondarie", che diventano "superflue", e quando si diffonde il timore che vengano meno le possibilità di far fronte ai bisogni primari (la casa, il mantenimento della propria famiglia, le spese più elementari).
La nostra attuale crisi economica si è avvitata su sé stessa proprio perchè cambia la nozione di benessere e cambiano le esigenze di sicurezza. Benessere e sicurezza... ecco un binomio che consente di capire quando finalmente il benessere può invece essere legato alla cultura, allo sport, alla frequentazione dei posti belli, ecc... cioè a quelle cose "secondarie" di cui si può fare a meno ma non si vorrebbe farne a meno perchè ci fanno "crescere".
Se le imprese lo capissero, invece di inventarsi sistemi organizzativi basati sulle relazioni gerarchiche e sulla competizione (spendendo peraltro un sacco di soldi in premi, sistemi di controllo, macchinari, ecc.) si concentrerebbero maggiormente sulle strategie per diffondere il benessere in azienda per poi poterlo diffondere fuori, credendoci.
Non è un caso che le società nazionali più evolute ed in grado di competere con le altre siano quelle che per prime hanno affrontato in termini risolutivi il tema del benessere sociale al proprio interno. Una società coesa è in grado di operare meglio di una società non coesa, o addirittura disgregata. Un concetto elementare, facilmente comprensibile se si parla in termini storici, eppure poco presente nelle filosofie aziendali.
La ragione di questa mancanza nella cultura di impresa deriva essenzialmente da un dato e cioè che quando si parla di impresa si ragiona ancora esclusivamente in termini di "fattori produttivi" o di "l'insieme dei fattori organizzati per realizzare le condizioni obiettivo-finalistiche" e non, come dico io, di "comunità sociale che trasforma i fattori, rendendoli produttivi attraverso l'esercizio di principi economici".
Ciò significa che se le strategie aziendali non partono da quei singoli che assieme operano per conseguire uno scopo economico è proprio lo scopo economico che diventa difficile da conseguire. I singoli vivono di relazioni, di interessi, di problematiche, di ambiente, di aspirazioni, ecc... ed è l'intreccio di tutto ciò che consente loro, volente o nolente, di essere comunità.
Faremmo un passo avanti se, nell'affrontare le strategie di crescita aziendale e di posizionamento sul mercato, cominciassimo a considerare inderogabile l'obiettivo di farli sentire comunità e soprattutto una comunità che tende a stare bene.
Quando qualcuno opera in un'impresa lo fa dedicandole larga parte della sua vita attiva restandone condizionato per tutto ciò che è la sua sfera individuale, sociale ed affettiva. Ha senso ignorarlo? E che senso ha un'impresa che si dimentica di esistere in virtù delle sue risorse umane?
Analizzare la storia dello Stato (o degli Stati sociali) è dunque un ottimo inizio che permette di capire che cambia l'ampiezza del contesto ma non la logica che ne ispira le dinamiche.
Questo approccio è per me propedeutico ai successivi ragionamenti che riguarderanno il welfare aziendale che potrà e dovrà essere inserito nel contesto del marketing interno che, relazionandosi al marketing esterno, diventa il complesso ragionamento della strategia di mercato che dovrebbe adottare l'impresa che vuole vincere le competizioni.
Paolo
A cosa serve saperlo per chi si occupa di comunicazione ed in particolare di comunicazione a fini commerciale? A mio avviso serve a fissare qualche paradigma che valga da riferimento per le tante e diverse nozioni di benessere. Quando ci si sente in uno stato di benessere, cioè di soddisfazione?
Durante le crisi economiche, ad esempio, la paura per il proprio futuro diventa contagiosa quando essa non riguarda più solo il timore di non poter più spendere per cose "secondarie", che diventano "superflue", e quando si diffonde il timore che vengano meno le possibilità di far fronte ai bisogni primari (la casa, il mantenimento della propria famiglia, le spese più elementari).
La nostra attuale crisi economica si è avvitata su sé stessa proprio perchè cambia la nozione di benessere e cambiano le esigenze di sicurezza. Benessere e sicurezza... ecco un binomio che consente di capire quando finalmente il benessere può invece essere legato alla cultura, allo sport, alla frequentazione dei posti belli, ecc... cioè a quelle cose "secondarie" di cui si può fare a meno ma non si vorrebbe farne a meno perchè ci fanno "crescere".
Se le imprese lo capissero, invece di inventarsi sistemi organizzativi basati sulle relazioni gerarchiche e sulla competizione (spendendo peraltro un sacco di soldi in premi, sistemi di controllo, macchinari, ecc.) si concentrerebbero maggiormente sulle strategie per diffondere il benessere in azienda per poi poterlo diffondere fuori, credendoci.
Non è un caso che le società nazionali più evolute ed in grado di competere con le altre siano quelle che per prime hanno affrontato in termini risolutivi il tema del benessere sociale al proprio interno. Una società coesa è in grado di operare meglio di una società non coesa, o addirittura disgregata. Un concetto elementare, facilmente comprensibile se si parla in termini storici, eppure poco presente nelle filosofie aziendali.
La ragione di questa mancanza nella cultura di impresa deriva essenzialmente da un dato e cioè che quando si parla di impresa si ragiona ancora esclusivamente in termini di "fattori produttivi" o di "l'insieme dei fattori organizzati per realizzare le condizioni obiettivo-finalistiche" e non, come dico io, di "comunità sociale che trasforma i fattori, rendendoli produttivi attraverso l'esercizio di principi economici".
Ciò significa che se le strategie aziendali non partono da quei singoli che assieme operano per conseguire uno scopo economico è proprio lo scopo economico che diventa difficile da conseguire. I singoli vivono di relazioni, di interessi, di problematiche, di ambiente, di aspirazioni, ecc... ed è l'intreccio di tutto ciò che consente loro, volente o nolente, di essere comunità.
Faremmo un passo avanti se, nell'affrontare le strategie di crescita aziendale e di posizionamento sul mercato, cominciassimo a considerare inderogabile l'obiettivo di farli sentire comunità e soprattutto una comunità che tende a stare bene.
Quando qualcuno opera in un'impresa lo fa dedicandole larga parte della sua vita attiva restandone condizionato per tutto ciò che è la sua sfera individuale, sociale ed affettiva. Ha senso ignorarlo? E che senso ha un'impresa che si dimentica di esistere in virtù delle sue risorse umane?
Analizzare la storia dello Stato (o degli Stati sociali) è dunque un ottimo inizio che permette di capire che cambia l'ampiezza del contesto ma non la logica che ne ispira le dinamiche.
Questo approccio è per me propedeutico ai successivi ragionamenti che riguarderanno il welfare aziendale che potrà e dovrà essere inserito nel contesto del marketing interno che, relazionandosi al marketing esterno, diventa il complesso ragionamento della strategia di mercato che dovrebbe adottare l'impresa che vuole vincere le competizioni.
Paolo
lunedì 31 agosto 2009
Alle origini dello Stato Sociale - 2.
Alle origini dello Stato Sociale (2).
di Paolo Romeo.
(ricerca per il supplemento FD di Milano Finanza pubblicata da Roberto Garagiola)
Con la “Rerum Novarum”, 1891, inizia per i cattolici un nuovo approccio ai temi della povertà visti non più come serie di fatti fra loro slegati ma parte di un’unica questione: “la questione sociale”.
Ma inizia anche un percorso di natura più politica che vede la Chiesa contrapporsi al liberalismo e, in particolar modo, al socialismo. Non è compito di questo scritto svolgere analisi politiche, è però doveroso insistere su questo punto della nostra sintesi sulle origini dello “Stato sociale” in Italia sia per il ruolo svolto dalla Chiesa sia per le implicazioni che esso avrà negli anni successivi fino ai giorni nostri.
Un primo suggerimento è quello di riflettere sulla struttura della “Rerum Novarum” per capire quali siano state le ragioni che hanno spinto Leone XIII a porre con decisione la questione sociale :
Motivo dell’enciclica: la questione operaia
I - IL SOCIALISMO, FALSO RIMEDIO
La soluzione socialista inaccettabile dagli operai
La proprietà privata è di diritto naturale
La proprietà privata sancita dalle leggi umane e divine
La libertà dell’uomo
Famiglia e Stato
Lo Stato e il suo intervento nella famiglia
La soluzione socialista è nociva alla stessa società
II - IL VERO RIMEDIO: L’UNIONE DELLE ASSOCIAZIONI
A) L’opera della Chiesa
1. Impossibilità di eliminare le ineguaglianze sociali e la fatica del lavoro
2. Necessità della concordia
3. Relazioni tra le classi sociali
a) Giustizia
b) Carità
c) La vera utilità delle ricchezze
d) Vantaggi della povertà
e) Fraternità cristiana
4. Mezzi positivi
a) La diffusione della dottrina cristiana
b) Il rinnovamento della società
c) La beneficenza della Chiesa
B) L’opera dello Stato
1. Il diritto d’intervento dello Stato
a) Per il bene comune
b) per il bene degli operai
2. Norme e limiti del diritto d’intervento
3. Casi particolari d’intervento
a) Difesa della proprietà privata
b) Difesa del lavoro
1) Contro lo sciopero
2) Condizioni di lavoro
c) Educazione al risparmio
C) L’opera delle associazioni
1. Necessità della collaborazione di tutti
2. Il diritto all’associazione è naturale
3. Favorire i congressi cattolici
4. Autonomia e disciplina delle associazioni
5. Diritti e doveri degli associati
6. Le questioni operaie risolte dalle loro associazioni
CONCLUSIONE
La carità, regina delle virtù sociali
Se ne intuisce con immediatezza che essa nasce in un periodo di convulsioni politiche, non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa, che vedono al centro dell’iniziativa il movimento socialista, contrapposto agli Stati liberali ed alle classi abbienti.
Quello della Chiesa è quindi un richiamo che pone al centro dell’agire tanto la difesa della proprietà privata quanto la contrapposizione al socialismo, ma è anche un richiamo alle classi abbienti ad un’interpretazione etica della ricchezza, dunque una posizione che potremmo riassumere nell’identificazione nella proposta di uno spirito riformista ispirato alla carità ed alla beneficenza.
“La soluzione socialista inaccettabile dagli operai
3. A rimedio di questi disordini, i socialisti, attizzando nei poveri l’odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello Stato.”
“La vera utilità delle ricchezze
19. In ordine all’uso delle ricchezze, eccellente e importantissima è la dottrina che, se pure fu intravveduta dalla filosofia, venne però insegnata a perfezione dalla Chiesa; la quale inoltre procura che non rimanga pura speculazione, ma discenda nella pratica e informi la vita. Il fondamento di tale dottrina sta in ciò: che nella ricchezza si suole distinguere il possesso legittimo dal legittimo uso.
(…omissis …)
In conclusione, chiunque ha ricevuto dalla munificenza di Dio copia maggiore di beni, sia esteriori e corporali sia spirituali, a questo fine li ha ricevuti, di servirsene al perfezionamento proprio, e nel medesimo tempo come ministro della divina provvidenza a vantaggio altrui: "Chi ha dunque ingegno, badi di non tacere; chi ha abbondanza di roba, si guardi dall’essere troppo duro di mano nell’esercizio della misericordia; chi ha un’arte per vivere, ne partecipi al prossimo l’uso e l’utilità".
La Chiesa, con la Rerum Novarum si occupa anche di definire il ruolo dello Stato, e ben si comprende alla luce del fatto che lo Stato Liberale, a sua volta si occupa del ruolo che la Chiesa ha ricoperto, sino a quel momento, nelle questioni sociali.
La parte dedicata alle funzioni dello Stato è ampia e qui ne riportiamo solo la parte introduttiva.
B) L’opera dello Stato
25. A risolvere peraltro la questione operaia, non vi è dubbio che si richiedano altresì i mezzi umani. Tutti quelli che vi sono interessati debbono concorrervi ciascuno per la sua parte: e ciò ad esempio di quell’ordine provvidenziale che governa il mondo; poiché d’ordinario si vede che ogni buon effetto è prodotto dall’armoniosa cooperazione di tutte le cause da cui esso dipende.
Vediamo dunque quale debba essere il concorso dello Stato. Noi parliamo dello Stato non come è costituito o come funziona in questa o in quella nazione, ma dello Stato nel suo vero concetto, quale si desume dai principi della retta ragione, in perfetta armonia con le dottrine cattoliche, come noi medesimi esponemmo nella enciclica sulla Costituzione cristiana degli Stati (enciclica Immortale Dei) .
1. Il diritto d’intervento dello Stato
26. I governanti dunque debbono in primo luogo concorrervi in maniera generale con tutto il complesso delle leggi e delle istituzioni politiche, ordinando e amministrando lo Stato in modo che ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperità. Questo infatti è l’ufficio della civile prudenza e il dovere dei reggitori dei popoli. Ora, la prosperità delle nazioni deriva specialmente dai buoni costumi, dal buon assetto della famiglia, dall’osservanza della religione e della giustizia, dall’imposizione moderata e dall’equa distribuzione dei pubblici oneri, dal progresso delle industrie e del commercio, dal fiorire dell’agricoltura e da altre simili cose, le quali, quanto maggiormente promosse, tanto più felici rendono i popoli. Anche solo per questa via può dunque lo Stato grandemente concorrere, come al benessere delle altre classi, così a quello dei proletari; e ciò di suo pieno diritto e senza dar sospetto d’indebite ingerenze; giacché provvedere al bene comune è ufficio e competenza dello Stato. E quanto maggiore sarà la somma dei vantaggi procurati per questa generale provvidenza, tanto minore bisogno vi sarà di tentare altre vie a salvezza degli operai.
Non possiamo fermarci oltre, su questo aspetto poiché lo spazio è tiranno ma, pensiamo, di aver fornito alcuni elementi utili ad interpretare ciò che avverrà dopo nelle relazioni fra Stato e Chiesa.
Quella di fine secolo è l’epoca in cui si vanno contrapponendo concezioni assai diverse di società, da quella interclassista proposta dalla Chiesa a quelle classiste proposte dalle sinistre e dalle destre, ma è anche l’epoca in cui si contrappongono le diverse interpretazioni sul ruolo dello Stato.
Nel nuovo contesto italiano oramai cambiato, sia per il succedersi degli eventi sociali (l’ampliarsi del movimento socialista in Italia come nel resto d’Europa) sia per l’ingresso nel contesto politico-sociale della Chiesa, maturano le condizioni perché i liberali assumano posizioni più decise in ordine alle funzioni dello Stato rispetto alla questione sociale lasciandosi alle spalle timidezze e remore.
Si avvicina, assieme al cambio di secolo, l’epoca giolittiana che vedrà affermarsi una concezione dello Stato assai più interventista che nel passato e che vedrà maturare nel panorama politico italiano la nascita delle correnti gradualistiche, sia di ispirazione liberale che di ispirazione socialista che daranno vita all’epoca delle grandi riforme sociali.
Su cosa si baseranno queste riforme? Si baseranno essenzialmente:
a) adesione all’ottica gradualistica della soluzione dei grandi problemi sociali da parte delle principali correnti post-risorgimentali che porterà alla nascita dei grandi partiti di massa, liberale e socialista (ed in futuro anche del partito popolare)
b) all’identificazione dei grandi problemi sociali, maternità, all’infanzia, alla vecchiaia, alla cura delle malattie, ecc.., attraverso il confronto fra le diverse parti politiche, con una radicale trasformazione della democrazia italiana
c) alla definizione del principio dell’obbligo di adesione ai programmi sociali fino a quel momento solo facoltativo, è un principio che però non troverà ancora piena applicazione per la resistenza delle classi industriali ma che in ogni caso è un aspetto di cui si terrà conto nel futuro.
E’ nel mondo dell’industria che, nel 1898 (legge del 17 marzo, n. 80), maturano per prime le condizioni per il varo di una legge istitutiva dell’obbligo di aderire al fondo (alla cassa) di previdenza contro gli infortuni sul lavoro istituita nel 1883.
Questa legge prevede l’obbligatorietà all’adesione del fondo ma prevede solo sanzioni pecuniarie e non penali per gli imprenditori inadempienti. Un altro limite della legge è che l’applicazione delle norme decorre dal 6° giorno di infortunio.
Sempre nel 1898 (17 luglio) viene istituita la “Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia”, ente autonomo eretto ad ente morale. Essa funzionava sulla base del calcolo contributivo e l’adesione al fondo era facoltativa. La liquidazione dei contributi, compresi gli interessi, avveniva non prima di almeno venticinque anni di contribuzione e non prima del sessantesimo anno d’età.
La costituzione del fondo della Cassa Nazionale si ha per metà attraverso i proventi dell’abolizione del corso forzoso (1881) e per metà dagli utili netti disponibili al 31 dicembre 1896 delle Casse di Risparmio Postali.
E’ facile capire che i limiti erano notevoli sia perché la non obbligatorietà dell’adesione al fondo non contribuiva a risolvere il problema sociale sia perché le modalità di calcolo sulla pensione le rendeva poco appetibili sia perché non essendovi un obbligo per i datori di lavoro (anche a fronte della facilità con cui si poteva essere licenziati) vi era discontinuità nella sottoscrizione ai piani contributivi che spesso rendevano nulli gli stessi. Era però, quantomeno, fissato il principio e quindi maturavano i tempi per un passo ulteriore verso il consolidamento delle condizioni per la nascita dello Stato sociale liberale.
Contestualmente al diffondersi dei nuovi principi su cui si andava riorganizzando lo Stato liberale, anche il sistema delle cooperative (la Lega delle Cooperative) e quello mutualistico si confrontarono per dar vita ad un’unica centrale mutualistica. Ciò avvenne nel 1900 quando nacque la Federazione Nazionale delle Società di mutuo soccorso.
In modo parallelo anche il mondo socialista evolse verso forme di confronto con il mondo liberale. Con la definizione del “programma minimo” i socialisti ricollocarono il movimento socialista nel panorama politico con un ruolo interlocutorio rispetto alle istituzioni, dando così al nostro Paese una possibilità di soluzione concordata tra gli antichi avversari liberali. Vero è che l’adesione al programma minimo non è patrimonio di tutti i socialisti e la parte che non aderirà verrà identificata con quella che verrà definita corrente massimalista, ma questa è un’altra storia.
Siamo finalmente giunti al 1900 che non rappresenta solo l’inizio di un nuovo secolo, il XX, ma anche l’inizio di una nuova epoca storica che negli anni fra l’inizio secolo e lo scoppio della prima guerra mondiale vedrà porre le basi per lo sviluppo dello “Stato sociale”.
Furono diversi i disegni di legge proposti e/o varati fra il 1900 ed il 1914, prima dello scoppio della guerra mondiale, per lo più inerenti la tematica: donne e infanzia, maternità, durata dell’orario di lavoro e riposo festivo, infortuni sul lavoro, sistema cooperativo, case popolari, lavoro notturno, gestione e funzionamento delle casse di previdenza, istituzione e funzionamento degli ispettorati sul lavoro, accordi con i Paesi oggetto di immigrazione della forza lavoro italiana, ecc…
Ma il nuovo secolo vedrà anche l’incapacità di fare scelte risolutive, da parte delle classi dirigenti, sulle questioni sociali e ciò porterà ad una sempre più aspra contrapposizione sociale fra movimenti politici e fra classi sociali. In particolare scoppia nella campagne il malcontento delle classi rurali sistematicamente escluse da ogni miglioria, sia per l’ottusa opposizione degli agrari ad ogni riforma che ne metta in discussione lo “status quo” sia per l’incapacità degli stessi di comprendere la gravità della situazione miseranda in cui vivono masse enormi di contadini.
Come poi sapremo, la mancata soluzione dei numerosi problemi del mondo dei campi, assieme alla mancata decisione sul ruolo dirimente dello Stato nelle questioni sociali, porterà, assieme alle problematiche del dopoguerra, a scontri sempre più acuti fra le diverse classi sociali e all’affermazione di un nuovo movimento che saprà rappresentare le esigenze degli agrari e dei grandi latifondisti a cui si erano saldati gli interessi dei grandi industriali del Nord: il movimento fascista.
Il fascismo si ispirava ad un modello di Stato di tipo corporativo, che prevedeva di sintetizzare, nel comune interesse di imprenditori e lavoratori, le problematiche sociali risolvendole non sulla base di rivendicazioni sociali ma sulla base del superiore interesse nazionale.
La stessa soluzione della questione della tutela della maternità venne assunta non tanto nell’ottica di fornire garanzie sociali alla donna lavoratrice in quanto tale ma alla donna madre dei figli della Patria (la stessa ONMI si richiama alla difesa biologica della razza ed a principi etici-religiosi). Il fascismo evitò però di inimicarsi i ceti che avevano sostenuto la sua ascesa al potere ed escluse perciò dalla legislazione sociale il mondo agricolo, lo stesso mondo che aveva visto con ostilità crescente il riformismo dei governi della sinistra e dei liberali.
Più in generale la politica del fascismo si indirizzò alla razionalizzazione dell’esistente accorpando i diversi istituti ma escludendo, come dicevamo, dalla cassa di previdenza obbligatoria così come dall’istituenda Opera Nazionale Maternità e Infanzia (ONMI) le donne del mondo agricolo.
Furono esclusi dalla Cassa di previdenza anche i mezzadri, i coloni (ricordiamo le attività di bonifica delle paludi in diverse zone d’Italia i cui terreni vennero promessi ai cosiddetti coloni), i dipendenti pubblici ed i dipendenti di enti locali. Ecco, fra l’altro, dove ebbe origine la diversificazione degli enti previdenziali che tutt’oggi risulta inspiegabile a molti di noi.
In relazione alle malattie la legislazione fascista prevede il diritto al sussidio dopo otto giorni di lavoro, ma per coloro che con età compresa fra i 15 ed i 65 anni abbiano lavorato almeno due anni versando almeno 24 contributi settimanali.
Vengono inoltre istituiti, nel 1927, gli Istituti provinciali infanzia e maternità (IPIM) che fanno parte dell’ONMI.
Nel 1927 viene varata la “Carta del Lavoro” che rappresenta la sintesi del sistema corporativo. Attraverso la Carta del Lavoro il regime affida ai sindacati corporativi la protezione delle classi sociali del lavoro dipendente ed allo Stato il compito di arbitrare nel supremo interesse nazionale :
“La Nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. È una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello Stato fascista.”
“Il lavoro, sotto tutte le sue forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali è un dovere sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo Stato. Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale; i suoi obiettivi sono unitari e si riassumono nel benessere dei singoli e nello sviluppo della potenza nazionale.”
“L’organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato, legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato, ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori, per cui è costituito; di tutelarne, di fronte alle Stato e alle altre associazioni professionali, gli interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria, di imporre loro contributo e di esercitare, rispetto ad essi, funzioni delegate di interesse pubblico.”
E’ questo un aspetto interessante perché introduce un principio che varrà nel periodo successivo la liberazione dal Fascismo con la variante, non da poco, che i Sindacati saranno liberi e che lo Stato diventerà parte terza nel conflitto sociale.
E’ interessante, agli effetti degli obiettivi di questo scritto (che, lo ricordiamo, è una ricerca sulle origini dello Stato Sociale in Italia) notare il forte cambiamento impresso dal Fascismo alla funzione dello Stato che, a differenza dello Stato liberale di cui abbiamo parlato sinora, si evidenzia per il forte interventismo e per la definizione delle funzioni per gli ordini professionali e per le organizzazioni sindacali rispetto alla costruzione del sistema di tutele e di crescita culturale :
“ L’intervento dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l’iniziativa privata o quando siano in giuoco interessi politici dello Stato. Tale intervento può assumere la forma del controllo, dell’incoraggiamento e della gestione diretta.”
“La previdenza è un’alta manifestazione del principio di collaborazione. Il datore di lavoro e il prestatore d’opera devono concorrere proporzionalmente agli oneri di essa. Lo Stato, mediante gli organi corporativi e le associazioni professionali, procurerà di coordinare e di unificare, quanto piú è possibile, il sistema e gli istituti della previdenza.”
“Lo Stato fascista si propone:
· il perfezionamento dell’assicurazione infortuni;
· il miglioramento e l’estensione dell’assicurazione maternità;
· l’assicurazione delle malattie professionali e della tubercolosi come avviamento all’assicurazione generale contro tutte le malattie;
· il perfezionamento dell’assicurazione contro la disoccupazione involontaria;
· l’adozione di forme speciali assicurative dotalizie pei giovani lavoratori.”
“È compito delle associazioni di lavoratori la tutela dei loro rappresentanti nelle pratiche amministrative e giudiziarie, relative all’assicurazione infortuni e alle assicurazioni sociali. Nei contratti collettivi di lavoro sarà stabilita, quando sia tecnicamente possibile, la costituzione di casse mutue per malattia col contributo dei datori di lavoro e dei prestatori di opera, da amministrarsi da rappresentanti degli uni e degli altri, sotto la vigilanza degli organi corporativi.”
“L’assistenza ai propri rappresentanti, soci e non soci, è un diritto e un dovere delle associazioni professionali. Queste debbono esercitare direttamente le loro funzioni di assistenza, né possono delegarle ad altri enti od istituti, se non per obiettivi d’indole generale, eccedenti gli interessi delle singole categorie.”
“L’educazione e l’istruzione, specie la istruzione professionale, dei loro rappresentanti, soci e non soci, è uno dei principali doveri delle associazioni professionali. Esse devono affiancare l’azione delle Opere nazionali relative al Dopolavoro e alle altre iniziative di educazione.”
Siamo dunque di fronte ad un cambiamento profondo della concezione dello Stato rispetto alla questione sociale che viene assunta quindi non come un campo di impegno da parte dello Stato ma come priorità dello Stato.
Relativamente al periodo fascista vi è un aspetto importante su cui accennare ed è il fatto che il fascismo, proprio perché considerava il lavoro un dovere sociale legava l’erogazione dei servizi sociali allo status di lavoratore. Non è perciò casuale, vista la natura del regime, che nel 1935 venisse istituito e reso obbligatorio per tutti i lavoratori dipendenti il “libretto di lavoro”. Esso, oltre ad essere obbligatorio per tutti era firmato dal podestà (il sindaco del regime fascista) e conteneva indicazioni sulle attitudini professionali ma anche personali del lavoratore. Il senso di ciò divenne evidente, in particolar modo, con l’introduzione delle leggi razziali nel 1938 che prevedevano oltre alla ridefinizione dei diritti di accesso ai concorsi pubblici e di utilizzo dei servizi pubblici anche il divieto di occupare ruoli dirigenziali nello Stato. L’indicazione della caratteristiche religiose del lavoratore erano apposte anche sul “libretto di lavoro”.
Termina qui questa parte della storia sulle origini dello Stato Sociale.
Su alcuni aspetti della legislazione fascista, ad esempio l’istituzione dell’INFPS (istituto nazionale fascista delle previdenza sociale) ritorneremo in occasione della prossima parte che tratterà dello Stato sociale nell’Italia post-bellica. Accenneremo anche ad alcuni aspetti che negli ultimi dieci anni hanno modificato il mondo moderno, a partire dalla ridefinizione del welfare.
di Paolo Romeo.
(ricerca per il supplemento FD di Milano Finanza pubblicata da Roberto Garagiola)
Con la “Rerum Novarum”, 1891, inizia per i cattolici un nuovo approccio ai temi della povertà visti non più come serie di fatti fra loro slegati ma parte di un’unica questione: “la questione sociale”.
Ma inizia anche un percorso di natura più politica che vede la Chiesa contrapporsi al liberalismo e, in particolar modo, al socialismo. Non è compito di questo scritto svolgere analisi politiche, è però doveroso insistere su questo punto della nostra sintesi sulle origini dello “Stato sociale” in Italia sia per il ruolo svolto dalla Chiesa sia per le implicazioni che esso avrà negli anni successivi fino ai giorni nostri.
Un primo suggerimento è quello di riflettere sulla struttura della “Rerum Novarum” per capire quali siano state le ragioni che hanno spinto Leone XIII a porre con decisione la questione sociale :
Motivo dell’enciclica: la questione operaia
I - IL SOCIALISMO, FALSO RIMEDIO
La soluzione socialista inaccettabile dagli operai
La proprietà privata è di diritto naturale
La proprietà privata sancita dalle leggi umane e divine
La libertà dell’uomo
Famiglia e Stato
Lo Stato e il suo intervento nella famiglia
La soluzione socialista è nociva alla stessa società
II - IL VERO RIMEDIO: L’UNIONE DELLE ASSOCIAZIONI
A) L’opera della Chiesa
1. Impossibilità di eliminare le ineguaglianze sociali e la fatica del lavoro
2. Necessità della concordia
3. Relazioni tra le classi sociali
a) Giustizia
b) Carità
c) La vera utilità delle ricchezze
d) Vantaggi della povertà
e) Fraternità cristiana
4. Mezzi positivi
a) La diffusione della dottrina cristiana
b) Il rinnovamento della società
c) La beneficenza della Chiesa
B) L’opera dello Stato
1. Il diritto d’intervento dello Stato
a) Per il bene comune
b) per il bene degli operai
2. Norme e limiti del diritto d’intervento
3. Casi particolari d’intervento
a) Difesa della proprietà privata
b) Difesa del lavoro
1) Contro lo sciopero
2) Condizioni di lavoro
c) Educazione al risparmio
C) L’opera delle associazioni
1. Necessità della collaborazione di tutti
2. Il diritto all’associazione è naturale
3. Favorire i congressi cattolici
4. Autonomia e disciplina delle associazioni
5. Diritti e doveri degli associati
6. Le questioni operaie risolte dalle loro associazioni
CONCLUSIONE
La carità, regina delle virtù sociali
Se ne intuisce con immediatezza che essa nasce in un periodo di convulsioni politiche, non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa, che vedono al centro dell’iniziativa il movimento socialista, contrapposto agli Stati liberali ed alle classi abbienti.
Quello della Chiesa è quindi un richiamo che pone al centro dell’agire tanto la difesa della proprietà privata quanto la contrapposizione al socialismo, ma è anche un richiamo alle classi abbienti ad un’interpretazione etica della ricchezza, dunque una posizione che potremmo riassumere nell’identificazione nella proposta di uno spirito riformista ispirato alla carità ed alla beneficenza.
“La soluzione socialista inaccettabile dagli operai
3. A rimedio di questi disordini, i socialisti, attizzando nei poveri l’odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello Stato.”
“La vera utilità delle ricchezze
19. In ordine all’uso delle ricchezze, eccellente e importantissima è la dottrina che, se pure fu intravveduta dalla filosofia, venne però insegnata a perfezione dalla Chiesa; la quale inoltre procura che non rimanga pura speculazione, ma discenda nella pratica e informi la vita. Il fondamento di tale dottrina sta in ciò: che nella ricchezza si suole distinguere il possesso legittimo dal legittimo uso.
(…omissis …)
In conclusione, chiunque ha ricevuto dalla munificenza di Dio copia maggiore di beni, sia esteriori e corporali sia spirituali, a questo fine li ha ricevuti, di servirsene al perfezionamento proprio, e nel medesimo tempo come ministro della divina provvidenza a vantaggio altrui: "Chi ha dunque ingegno, badi di non tacere; chi ha abbondanza di roba, si guardi dall’essere troppo duro di mano nell’esercizio della misericordia; chi ha un’arte per vivere, ne partecipi al prossimo l’uso e l’utilità".
La Chiesa, con la Rerum Novarum si occupa anche di definire il ruolo dello Stato, e ben si comprende alla luce del fatto che lo Stato Liberale, a sua volta si occupa del ruolo che la Chiesa ha ricoperto, sino a quel momento, nelle questioni sociali.
La parte dedicata alle funzioni dello Stato è ampia e qui ne riportiamo solo la parte introduttiva.
B) L’opera dello Stato
25. A risolvere peraltro la questione operaia, non vi è dubbio che si richiedano altresì i mezzi umani. Tutti quelli che vi sono interessati debbono concorrervi ciascuno per la sua parte: e ciò ad esempio di quell’ordine provvidenziale che governa il mondo; poiché d’ordinario si vede che ogni buon effetto è prodotto dall’armoniosa cooperazione di tutte le cause da cui esso dipende.
Vediamo dunque quale debba essere il concorso dello Stato. Noi parliamo dello Stato non come è costituito o come funziona in questa o in quella nazione, ma dello Stato nel suo vero concetto, quale si desume dai principi della retta ragione, in perfetta armonia con le dottrine cattoliche, come noi medesimi esponemmo nella enciclica sulla Costituzione cristiana degli Stati (enciclica Immortale Dei) .
1. Il diritto d’intervento dello Stato
26. I governanti dunque debbono in primo luogo concorrervi in maniera generale con tutto il complesso delle leggi e delle istituzioni politiche, ordinando e amministrando lo Stato in modo che ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperità. Questo infatti è l’ufficio della civile prudenza e il dovere dei reggitori dei popoli. Ora, la prosperità delle nazioni deriva specialmente dai buoni costumi, dal buon assetto della famiglia, dall’osservanza della religione e della giustizia, dall’imposizione moderata e dall’equa distribuzione dei pubblici oneri, dal progresso delle industrie e del commercio, dal fiorire dell’agricoltura e da altre simili cose, le quali, quanto maggiormente promosse, tanto più felici rendono i popoli. Anche solo per questa via può dunque lo Stato grandemente concorrere, come al benessere delle altre classi, così a quello dei proletari; e ciò di suo pieno diritto e senza dar sospetto d’indebite ingerenze; giacché provvedere al bene comune è ufficio e competenza dello Stato. E quanto maggiore sarà la somma dei vantaggi procurati per questa generale provvidenza, tanto minore bisogno vi sarà di tentare altre vie a salvezza degli operai.
Non possiamo fermarci oltre, su questo aspetto poiché lo spazio è tiranno ma, pensiamo, di aver fornito alcuni elementi utili ad interpretare ciò che avverrà dopo nelle relazioni fra Stato e Chiesa.
Quella di fine secolo è l’epoca in cui si vanno contrapponendo concezioni assai diverse di società, da quella interclassista proposta dalla Chiesa a quelle classiste proposte dalle sinistre e dalle destre, ma è anche l’epoca in cui si contrappongono le diverse interpretazioni sul ruolo dello Stato.
Nel nuovo contesto italiano oramai cambiato, sia per il succedersi degli eventi sociali (l’ampliarsi del movimento socialista in Italia come nel resto d’Europa) sia per l’ingresso nel contesto politico-sociale della Chiesa, maturano le condizioni perché i liberali assumano posizioni più decise in ordine alle funzioni dello Stato rispetto alla questione sociale lasciandosi alle spalle timidezze e remore.
Si avvicina, assieme al cambio di secolo, l’epoca giolittiana che vedrà affermarsi una concezione dello Stato assai più interventista che nel passato e che vedrà maturare nel panorama politico italiano la nascita delle correnti gradualistiche, sia di ispirazione liberale che di ispirazione socialista che daranno vita all’epoca delle grandi riforme sociali.
Su cosa si baseranno queste riforme? Si baseranno essenzialmente:
a) adesione all’ottica gradualistica della soluzione dei grandi problemi sociali da parte delle principali correnti post-risorgimentali che porterà alla nascita dei grandi partiti di massa, liberale e socialista (ed in futuro anche del partito popolare)
b) all’identificazione dei grandi problemi sociali, maternità, all’infanzia, alla vecchiaia, alla cura delle malattie, ecc.., attraverso il confronto fra le diverse parti politiche, con una radicale trasformazione della democrazia italiana
c) alla definizione del principio dell’obbligo di adesione ai programmi sociali fino a quel momento solo facoltativo, è un principio che però non troverà ancora piena applicazione per la resistenza delle classi industriali ma che in ogni caso è un aspetto di cui si terrà conto nel futuro.
E’ nel mondo dell’industria che, nel 1898 (legge del 17 marzo, n. 80), maturano per prime le condizioni per il varo di una legge istitutiva dell’obbligo di aderire al fondo (alla cassa) di previdenza contro gli infortuni sul lavoro istituita nel 1883.
Questa legge prevede l’obbligatorietà all’adesione del fondo ma prevede solo sanzioni pecuniarie e non penali per gli imprenditori inadempienti. Un altro limite della legge è che l’applicazione delle norme decorre dal 6° giorno di infortunio.
Sempre nel 1898 (17 luglio) viene istituita la “Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia”, ente autonomo eretto ad ente morale. Essa funzionava sulla base del calcolo contributivo e l’adesione al fondo era facoltativa. La liquidazione dei contributi, compresi gli interessi, avveniva non prima di almeno venticinque anni di contribuzione e non prima del sessantesimo anno d’età.
La costituzione del fondo della Cassa Nazionale si ha per metà attraverso i proventi dell’abolizione del corso forzoso (1881) e per metà dagli utili netti disponibili al 31 dicembre 1896 delle Casse di Risparmio Postali.
E’ facile capire che i limiti erano notevoli sia perché la non obbligatorietà dell’adesione al fondo non contribuiva a risolvere il problema sociale sia perché le modalità di calcolo sulla pensione le rendeva poco appetibili sia perché non essendovi un obbligo per i datori di lavoro (anche a fronte della facilità con cui si poteva essere licenziati) vi era discontinuità nella sottoscrizione ai piani contributivi che spesso rendevano nulli gli stessi. Era però, quantomeno, fissato il principio e quindi maturavano i tempi per un passo ulteriore verso il consolidamento delle condizioni per la nascita dello Stato sociale liberale.
Contestualmente al diffondersi dei nuovi principi su cui si andava riorganizzando lo Stato liberale, anche il sistema delle cooperative (la Lega delle Cooperative) e quello mutualistico si confrontarono per dar vita ad un’unica centrale mutualistica. Ciò avvenne nel 1900 quando nacque la Federazione Nazionale delle Società di mutuo soccorso.
In modo parallelo anche il mondo socialista evolse verso forme di confronto con il mondo liberale. Con la definizione del “programma minimo” i socialisti ricollocarono il movimento socialista nel panorama politico con un ruolo interlocutorio rispetto alle istituzioni, dando così al nostro Paese una possibilità di soluzione concordata tra gli antichi avversari liberali. Vero è che l’adesione al programma minimo non è patrimonio di tutti i socialisti e la parte che non aderirà verrà identificata con quella che verrà definita corrente massimalista, ma questa è un’altra storia.
Siamo finalmente giunti al 1900 che non rappresenta solo l’inizio di un nuovo secolo, il XX, ma anche l’inizio di una nuova epoca storica che negli anni fra l’inizio secolo e lo scoppio della prima guerra mondiale vedrà porre le basi per lo sviluppo dello “Stato sociale”.
Furono diversi i disegni di legge proposti e/o varati fra il 1900 ed il 1914, prima dello scoppio della guerra mondiale, per lo più inerenti la tematica: donne e infanzia, maternità, durata dell’orario di lavoro e riposo festivo, infortuni sul lavoro, sistema cooperativo, case popolari, lavoro notturno, gestione e funzionamento delle casse di previdenza, istituzione e funzionamento degli ispettorati sul lavoro, accordi con i Paesi oggetto di immigrazione della forza lavoro italiana, ecc…
Ma il nuovo secolo vedrà anche l’incapacità di fare scelte risolutive, da parte delle classi dirigenti, sulle questioni sociali e ciò porterà ad una sempre più aspra contrapposizione sociale fra movimenti politici e fra classi sociali. In particolare scoppia nella campagne il malcontento delle classi rurali sistematicamente escluse da ogni miglioria, sia per l’ottusa opposizione degli agrari ad ogni riforma che ne metta in discussione lo “status quo” sia per l’incapacità degli stessi di comprendere la gravità della situazione miseranda in cui vivono masse enormi di contadini.
Come poi sapremo, la mancata soluzione dei numerosi problemi del mondo dei campi, assieme alla mancata decisione sul ruolo dirimente dello Stato nelle questioni sociali, porterà, assieme alle problematiche del dopoguerra, a scontri sempre più acuti fra le diverse classi sociali e all’affermazione di un nuovo movimento che saprà rappresentare le esigenze degli agrari e dei grandi latifondisti a cui si erano saldati gli interessi dei grandi industriali del Nord: il movimento fascista.
Il fascismo si ispirava ad un modello di Stato di tipo corporativo, che prevedeva di sintetizzare, nel comune interesse di imprenditori e lavoratori, le problematiche sociali risolvendole non sulla base di rivendicazioni sociali ma sulla base del superiore interesse nazionale.
La stessa soluzione della questione della tutela della maternità venne assunta non tanto nell’ottica di fornire garanzie sociali alla donna lavoratrice in quanto tale ma alla donna madre dei figli della Patria (la stessa ONMI si richiama alla difesa biologica della razza ed a principi etici-religiosi). Il fascismo evitò però di inimicarsi i ceti che avevano sostenuto la sua ascesa al potere ed escluse perciò dalla legislazione sociale il mondo agricolo, lo stesso mondo che aveva visto con ostilità crescente il riformismo dei governi della sinistra e dei liberali.
Più in generale la politica del fascismo si indirizzò alla razionalizzazione dell’esistente accorpando i diversi istituti ma escludendo, come dicevamo, dalla cassa di previdenza obbligatoria così come dall’istituenda Opera Nazionale Maternità e Infanzia (ONMI) le donne del mondo agricolo.
Furono esclusi dalla Cassa di previdenza anche i mezzadri, i coloni (ricordiamo le attività di bonifica delle paludi in diverse zone d’Italia i cui terreni vennero promessi ai cosiddetti coloni), i dipendenti pubblici ed i dipendenti di enti locali. Ecco, fra l’altro, dove ebbe origine la diversificazione degli enti previdenziali che tutt’oggi risulta inspiegabile a molti di noi.
In relazione alle malattie la legislazione fascista prevede il diritto al sussidio dopo otto giorni di lavoro, ma per coloro che con età compresa fra i 15 ed i 65 anni abbiano lavorato almeno due anni versando almeno 24 contributi settimanali.
Vengono inoltre istituiti, nel 1927, gli Istituti provinciali infanzia e maternità (IPIM) che fanno parte dell’ONMI.
Nel 1927 viene varata la “Carta del Lavoro” che rappresenta la sintesi del sistema corporativo. Attraverso la Carta del Lavoro il regime affida ai sindacati corporativi la protezione delle classi sociali del lavoro dipendente ed allo Stato il compito di arbitrare nel supremo interesse nazionale :
“La Nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. È una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello Stato fascista.”
“Il lavoro, sotto tutte le sue forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali è un dovere sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo Stato. Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale; i suoi obiettivi sono unitari e si riassumono nel benessere dei singoli e nello sviluppo della potenza nazionale.”
“L’organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato, legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato, ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori, per cui è costituito; di tutelarne, di fronte alle Stato e alle altre associazioni professionali, gli interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria, di imporre loro contributo e di esercitare, rispetto ad essi, funzioni delegate di interesse pubblico.”
E’ questo un aspetto interessante perché introduce un principio che varrà nel periodo successivo la liberazione dal Fascismo con la variante, non da poco, che i Sindacati saranno liberi e che lo Stato diventerà parte terza nel conflitto sociale.
E’ interessante, agli effetti degli obiettivi di questo scritto (che, lo ricordiamo, è una ricerca sulle origini dello Stato Sociale in Italia) notare il forte cambiamento impresso dal Fascismo alla funzione dello Stato che, a differenza dello Stato liberale di cui abbiamo parlato sinora, si evidenzia per il forte interventismo e per la definizione delle funzioni per gli ordini professionali e per le organizzazioni sindacali rispetto alla costruzione del sistema di tutele e di crescita culturale :
“ L’intervento dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l’iniziativa privata o quando siano in giuoco interessi politici dello Stato. Tale intervento può assumere la forma del controllo, dell’incoraggiamento e della gestione diretta.”
“La previdenza è un’alta manifestazione del principio di collaborazione. Il datore di lavoro e il prestatore d’opera devono concorrere proporzionalmente agli oneri di essa. Lo Stato, mediante gli organi corporativi e le associazioni professionali, procurerà di coordinare e di unificare, quanto piú è possibile, il sistema e gli istituti della previdenza.”
“Lo Stato fascista si propone:
· il perfezionamento dell’assicurazione infortuni;
· il miglioramento e l’estensione dell’assicurazione maternità;
· l’assicurazione delle malattie professionali e della tubercolosi come avviamento all’assicurazione generale contro tutte le malattie;
· il perfezionamento dell’assicurazione contro la disoccupazione involontaria;
· l’adozione di forme speciali assicurative dotalizie pei giovani lavoratori.”
“È compito delle associazioni di lavoratori la tutela dei loro rappresentanti nelle pratiche amministrative e giudiziarie, relative all’assicurazione infortuni e alle assicurazioni sociali. Nei contratti collettivi di lavoro sarà stabilita, quando sia tecnicamente possibile, la costituzione di casse mutue per malattia col contributo dei datori di lavoro e dei prestatori di opera, da amministrarsi da rappresentanti degli uni e degli altri, sotto la vigilanza degli organi corporativi.”
“L’assistenza ai propri rappresentanti, soci e non soci, è un diritto e un dovere delle associazioni professionali. Queste debbono esercitare direttamente le loro funzioni di assistenza, né possono delegarle ad altri enti od istituti, se non per obiettivi d’indole generale, eccedenti gli interessi delle singole categorie.”
“L’educazione e l’istruzione, specie la istruzione professionale, dei loro rappresentanti, soci e non soci, è uno dei principali doveri delle associazioni professionali. Esse devono affiancare l’azione delle Opere nazionali relative al Dopolavoro e alle altre iniziative di educazione.”
Siamo dunque di fronte ad un cambiamento profondo della concezione dello Stato rispetto alla questione sociale che viene assunta quindi non come un campo di impegno da parte dello Stato ma come priorità dello Stato.
Relativamente al periodo fascista vi è un aspetto importante su cui accennare ed è il fatto che il fascismo, proprio perché considerava il lavoro un dovere sociale legava l’erogazione dei servizi sociali allo status di lavoratore. Non è perciò casuale, vista la natura del regime, che nel 1935 venisse istituito e reso obbligatorio per tutti i lavoratori dipendenti il “libretto di lavoro”. Esso, oltre ad essere obbligatorio per tutti era firmato dal podestà (il sindaco del regime fascista) e conteneva indicazioni sulle attitudini professionali ma anche personali del lavoratore. Il senso di ciò divenne evidente, in particolar modo, con l’introduzione delle leggi razziali nel 1938 che prevedevano oltre alla ridefinizione dei diritti di accesso ai concorsi pubblici e di utilizzo dei servizi pubblici anche il divieto di occupare ruoli dirigenziali nello Stato. L’indicazione della caratteristiche religiose del lavoratore erano apposte anche sul “libretto di lavoro”.
Termina qui questa parte della storia sulle origini dello Stato Sociale.
Su alcuni aspetti della legislazione fascista, ad esempio l’istituzione dell’INFPS (istituto nazionale fascista delle previdenza sociale) ritorneremo in occasione della prossima parte che tratterà dello Stato sociale nell’Italia post-bellica. Accenneremo anche ad alcuni aspetti che negli ultimi dieci anni hanno modificato il mondo moderno, a partire dalla ridefinizione del welfare.
Alle origini dello Stato sociale - 1
Lo "stato sociale" (1).
Questa ricerca ha il fine di raccontare in modo sintetico, il percorso storico seguito dallo Stato e dalle associazioni sindacali e di privati per realizzare e diffondere lo Stato sociale in Italia.
Il primo articolo riepiloga la situazione a partire dall'Unità d'Italia fino alla fine del 1800.
L'articolo successivo accennerà alle prime grandi riforme degli inizi del novecento fino alle riforme dell'epoca fascista, con lo Stato corporativo. Infine, nel terzo articolo, parleremo della seconda metà del novecento fino ai tempi più recenti.
Al termine, ci auguriamo che questo piccolo contributo possa servire ad incuriosire a conoscere meglio un aspetto della nostra storia che inizia da molto lontano. I più curiosi potranno trovare una qualche sollecitazione a riprendere in mano i libri di storia antica e medioevale e si renderanno conto di quanto di ciò che oggi ci riguarda da molto vicino aveva mosso i primi passi in quei tempi.
A noi però basterebbe aver aiutato a rendersi conto che nulla nella storia è immutabile e che ciò che oggi consideriamo un dato acquisito per sempre, lo Stato sociale, domani potrebbe scomparire nel nulla di quello che B.H. Levy definiva "il medioevo prossimo venturo".
Alle origini dello Stato Sociale - 1.
di Paolo Romeo
(ricerca per il supplemento FD di Milano Finanza pubblicata da Roberto Garagiola)
Le origini dello Stato sociale coincidono con lo sviluppo del sistema capitalistico che evolve sotto la spinta di fattori fra loro concomitanti :
Fattori economico sociali :
- industrializzazione
- urbanizzazione
- secolarizzazione
Fattori politico istituzionali :
- fine degli Stati assoluti
- parlamentarismo
- progressiva affermazione della democrazia di massa
- ampliamento dei diritti civili
Lo Stato sociale, di cui il welfare (lo Stato che ti segue dalla culla alla tomba) rappresenta uno stadio evolutivo, affonda le sue radici nella lotta alle povertà e nella conseguente progressiva modifica delle funzioni dello Stato, che si voleva in origine poco presente nella vita dei cittadini. Occorre, a questo punto, tornare ai tempi in cui gli Stati, coerenti con l'impostazione liberale e le dottrine liberiste, limitavano le loro funzioni alla regolamentazione del mercato, alla politica monetaria, all'esercizion della difesa dei confini dello Stato ed alle attività di controllo e repressione sociale.
Occorre cioè ripercorrere un po' della storia passata quando la medesima concezione dello Stato portava a considerava ancora la povertà secondo l'ottica dell'ordine pubblico e le malattie venivano considerate un problema "naturalmente" connesso con la miseria e non invece un problema di interesse collettivo. Fu proprio la progressiva democratizzazione degli Stati e la sensibilizzazione di larga parte del mondo benestante a spingere ad una rivisitazione delle cose secondo un'ottica ben differente.
Larga influenza l'ebbe anche la consapevolezza che nel ciclo produttivo occorreva avere persone in salute e sufficientemente preparate da saper svolgere con un minimo di competenza le mansioni via via sempre più specialistiche sebbene, occorre dirlo, il livello di specializzazione non era ancora riservato a larghe masse ma ciònondimeno le industrie cominciavano a sentire il bisogno di operai specializzati.
L'urbanizzazione, assieme alla crescente capacità del sistema produttivo, portava masse di uomini e donne via via sempre più grandi ad entrare in contatto fra di loro ed a socializzare oltre che nelle proprie pene anche nelle proprie aspirazioni. Cresceva così anche una consapevolezza di bisogni che diventavano fatto collettivo e motore propulsore di future, anche se ancora indefinite, rivendicazioni di tipo sociale. Quali i problemi ? Le case malsane, la mancanza di acqua e di energia per riscaldarsi e per cucinare, la vecchiaia sempre precoce ed in ogni caso penosa, la precarietà di salute per adulti e bambini, l'assoluta ignoranza delle cose ed analfabetismo diffuso in una società in cui si andava sempre più affermando (anche grazie agli Stati liberali) la cognizione del diritto pubblico e di quello privato e via via una serie infinita di bisogni di cui la diffusione della democrazia, di pari passo con la diffusione dei movimenti di massa, rendeva sempre più consapevoli e la cui soluzione diventava sempre meno ineludibile.
L'analisi dello Stato sociale implica quindi lo studio dei processi di trasformazione delle strutture economiche, istituzionali e sociali. Lo Stato sociale si realizza prevalentemente attraverso le politiche sociali, le politiche del lavoro e l'istruzione pubblica. E parlando di politiche sociali, anzitutto, dobbiamo intendere quelle che dovevano risolvere questioni oramai diventate di primaria importanza :
- la previdenza (l'insieme dei diversi sistemi assicurativi obbligatori e finanziati con i contributi e rivolti a coprire: l'invalidità, la vecchiaia, gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali, la disoccupazione, la maternità,…)
- l' assistenza (l'insieme delle opere di beneficenza e carità rivolte verso quella parte della società priva di mezzi di sussistenza)
- la sanità (l'insieme di tutte le attività rivolte alla cura dei cittadini, della loro salute, delle cure farmaceutiche, del trattamento ospedaliero, ecc…)
Chi si occupava dei poveri, dunque, oltre alle funzioni incaricate di mantenere l'ordine ed il decoro? Oggi, anche grazie al varo di leggi apposite, si sono costituite associazioni dedite alla realizzazione di quegli aspetti di politica sociale, nei quali lo Stato è assente o la cui presenza è carente. Sono quelle che vengono definite le associazioni del non profit la cui esistenza, seppur in forma diversa, affonda le proprie radici in tempi lontani. Noi, in questo primo tratto di storia, ripercorreremo per sommi capi la strada che ha portato alle origini dello Stato sociale senza dimenticare che i problemi che ne sono stati all'origine non sono nati in tempi recenti ma a tempi molto più antichi e precedenti la stessa nozione di società e di Stato.
In Italia (così come in Europa prima della formazione degli Stati nazionali) i problemi sociali connessi alla povertà venivano affrontati anzitutto dalle organizzazione vicine alla Chiesa che, a partire dagli ordini monastici, assicuravano la carità verso i poveri e l'ospitalità per viandanti, mendicanti e malati.
Anche le forme di assistenza, così come altra attività continuativa, richiedevano capacità organizzative da parte di chi vi si impegnava. Nel tempo quindi si costituirono associazioni dedite alla beneficenza da cui nacquero le cosiddette "Opere Pie". A queste si rivolgevano non solo i poveri bisognosi ma anche molti cittadini benestanti ed anche ricchi ricchi animati da buona volontà che destinavano alle stesse lasciti monetari, terreni e fabbricati. Di fatto, molto spesso, queste Opere Pie diventarono autentiche forze economiche tanto da attirarne l'attenzione dello Stato, a quei tempi liberale e poco incline a favorire la Chiesa che, giova ricordarlo, si era mostrata "freddina" nei confronti dell'unificazione italiana sotto la monarchia sabauda.
E, benchè riluttante ad intervenire nelle faccende fra privati, lo Stato Liberale ritenne suo interesse cominciare a cercare di "mettere ordine" fra le cose amministrate dal clero, iniziando, ad esempio a cercare di regolamentare le attività delle Opere Pie. Il 3 agosto del 1862 venne varata la prima "grande legge" di "Regolamentazione delle Opere Pie", la legge 753.
Se, la legge del 1862 sulla regolamentazione delle "Opere Pie" non ebbe grandi effetti pratici essa rappresentò però un momento di notevole impatto psicologico e di svolta nella concezione dello Stato poiché segnò l'ingresso nella dottrina dello Stato della cosiddetta "Questione sociale". E così, anche in Italia, come nel resto dell'Europa, andavano prendendo corpo le grandi riforme da cui nacque l'Europa moderna. Ci saremmo giunti gradualmente e non senza dolori e conflitti sociali, ma qui è prematuro parlarne.
Contestualmente alla crescita del sistema industriale ed all'urbanizzazione (di cui abbiamo accennato), andavano formandosi anche associazioni di lavoratori (artigiani, commercianti, operai...) e che, mentre i privati legati al mondo cattolico si muovevano essenzialmente sul piano dell'assistenza, si cominciavano a muovere sul piano dell'organizzazione di piccoli sistemi di previdenza e di assistenza. Proprio su queste basi nacquero le prime "associazioni di mutua soccorso" che costituirono fondi previdenziali utili tanto per l'assistenza sanitaria quanto per l'aiuto durante la vecchiaia.
Conscio che nel Paese parallelamente all'esigenza di maggiori garanzie diventava sempre più forte la presenza delle "società di mutuo soccorso" ben più preoccupanti per il potere, rispetto alle "opere pie" il Governo liberale cercava di porre rimedio, anche alla luce di quanto avveniva negli altri Paesi europei. D'altra parte occorre evitare di credere che le società di mutuo soccorso nascessero esclusivamente per iniziativa operaia, anzi, spesso esse venivano promossa da liberali particolarmente attenti alle questioni sociali ma che forse ritenevano che l'impegno dei privati fosse l'ovvia contropartita all'esigenza di impedire che lo Stato si ingerisse di questioni che "non lo riguardavano". Anzi, va aggiunto a mò di promemoria, che proprio in quel periodo si andarono costituendo le prime cooperative di credito fra cui la Banca Popolare di Lodi (1864) e la Banca Popolare di Milano (1865) che nascevano proprio per favorire l'accesso al credito ai piccoli imprenditori locali.
Fatto è che, in ogni caso, lo Stato non rimase assente ma anzi iniziò ad interessarsi alla questione "società di mutuo soccorso" legiferando da un lato per limitare l'operatività delle stesse (nel 1877 alcune norme relative alla tenuta dei libri contabili e sulle formalità di ammissione introducevano forme di regolamentazione delle società di mutuo soccorso) e dall'altro assumendo in proprio alcune delle attività per le quali si erano costituite le società stesse.
Fu così che nel 1878 (16 dicembre) venne varata la legge 4646 che istituiva il monte pensione per gli insegnanti. Questa legge istituiva la pensione per gli insegnanti che dopo 35 anni di servizio avessero raggiunto i 65 anni di età o dopo 40 anni di servizio se avessero avuto 60. Il calcolo della pensione era relativo alla media degli ultimi cinque anni.
Nel 1879, invece, venne istituita una commissione governativa per lo studio di una proposta di legge istitutiva di una speciale Cassa pensioni, garantita dallo Stato. Essa si ispirava al sistema bolognese basato sul libretto o conto individuale e prevedeva che le pensioni fossero erogate unicamente ad operai e che il fondo fosse costituito costituita con i contributi pagati dagli operai e con gli utili destinati alla beneficenza dalle Casse di Risparmio e da redditi delle Opere Pie.
Vista la forte diffusione delle società di mutuo soccorso, tuttavia, furono istituite commissioni a livello parlamentare per definire il quadro legislativo entro il quale farle operare mentre alle associazioni già riconosciute venne consentito il diritto di erogare pensioni e piccoli sussidi, ma anche ad effettuare piccoli prestiti. Ciò purchè si mantenessero entro limiti molto rigidi e ben definiti sia rispetto al livello contabile che al livello associativo.
Finalmente nel 1886 (15 aprile) il Governo varò la legge di regolamentazione delle società mutualistiche e ad ottobre dello stesso anno nacque la federazione nazionale delle cooperative con un forte radicamento nel Centro e nel Nord del Paese. Nell'anno successivo, il 1887, veniva istituita la Direzione di sanità e l'ufficio degli ingegneri sanitari e nel 1888 vennero varate le norme a "Tutela dell'igiene nella sanità pubblica".
Da un lato il forte successo delle "società di mutuo soccorso" e dall'altro il sempre più evidente interessamento dello Stato ad assumere in proprio la questione sociale, anche la Chiesa si pose la questione di affiancare alle tradizionali attività di beneficenza una propria dottrina di intervento sociale. I principi della dottrina sociale trovarono nel 1891 una sintesi nell'enciclica Rerum Novarum, di Leone XIII.
Questa ricerca ha il fine di raccontare in modo sintetico, il percorso storico seguito dallo Stato e dalle associazioni sindacali e di privati per realizzare e diffondere lo Stato sociale in Italia.
Il primo articolo riepiloga la situazione a partire dall'Unità d'Italia fino alla fine del 1800.
L'articolo successivo accennerà alle prime grandi riforme degli inizi del novecento fino alle riforme dell'epoca fascista, con lo Stato corporativo. Infine, nel terzo articolo, parleremo della seconda metà del novecento fino ai tempi più recenti.
Al termine, ci auguriamo che questo piccolo contributo possa servire ad incuriosire a conoscere meglio un aspetto della nostra storia che inizia da molto lontano. I più curiosi potranno trovare una qualche sollecitazione a riprendere in mano i libri di storia antica e medioevale e si renderanno conto di quanto di ciò che oggi ci riguarda da molto vicino aveva mosso i primi passi in quei tempi.
A noi però basterebbe aver aiutato a rendersi conto che nulla nella storia è immutabile e che ciò che oggi consideriamo un dato acquisito per sempre, lo Stato sociale, domani potrebbe scomparire nel nulla di quello che B.H. Levy definiva "il medioevo prossimo venturo".
Alle origini dello Stato Sociale - 1.
di Paolo Romeo
(ricerca per il supplemento FD di Milano Finanza pubblicata da Roberto Garagiola)
Le origini dello Stato sociale coincidono con lo sviluppo del sistema capitalistico che evolve sotto la spinta di fattori fra loro concomitanti :
Fattori economico sociali :
- industrializzazione
- urbanizzazione
- secolarizzazione
Fattori politico istituzionali :
- fine degli Stati assoluti
- parlamentarismo
- progressiva affermazione della democrazia di massa
- ampliamento dei diritti civili
Lo Stato sociale, di cui il welfare (lo Stato che ti segue dalla culla alla tomba) rappresenta uno stadio evolutivo, affonda le sue radici nella lotta alle povertà e nella conseguente progressiva modifica delle funzioni dello Stato, che si voleva in origine poco presente nella vita dei cittadini. Occorre, a questo punto, tornare ai tempi in cui gli Stati, coerenti con l'impostazione liberale e le dottrine liberiste, limitavano le loro funzioni alla regolamentazione del mercato, alla politica monetaria, all'esercizion della difesa dei confini dello Stato ed alle attività di controllo e repressione sociale.
Occorre cioè ripercorrere un po' della storia passata quando la medesima concezione dello Stato portava a considerava ancora la povertà secondo l'ottica dell'ordine pubblico e le malattie venivano considerate un problema "naturalmente" connesso con la miseria e non invece un problema di interesse collettivo. Fu proprio la progressiva democratizzazione degli Stati e la sensibilizzazione di larga parte del mondo benestante a spingere ad una rivisitazione delle cose secondo un'ottica ben differente.
Larga influenza l'ebbe anche la consapevolezza che nel ciclo produttivo occorreva avere persone in salute e sufficientemente preparate da saper svolgere con un minimo di competenza le mansioni via via sempre più specialistiche sebbene, occorre dirlo, il livello di specializzazione non era ancora riservato a larghe masse ma ciònondimeno le industrie cominciavano a sentire il bisogno di operai specializzati.
L'urbanizzazione, assieme alla crescente capacità del sistema produttivo, portava masse di uomini e donne via via sempre più grandi ad entrare in contatto fra di loro ed a socializzare oltre che nelle proprie pene anche nelle proprie aspirazioni. Cresceva così anche una consapevolezza di bisogni che diventavano fatto collettivo e motore propulsore di future, anche se ancora indefinite, rivendicazioni di tipo sociale. Quali i problemi ? Le case malsane, la mancanza di acqua e di energia per riscaldarsi e per cucinare, la vecchiaia sempre precoce ed in ogni caso penosa, la precarietà di salute per adulti e bambini, l'assoluta ignoranza delle cose ed analfabetismo diffuso in una società in cui si andava sempre più affermando (anche grazie agli Stati liberali) la cognizione del diritto pubblico e di quello privato e via via una serie infinita di bisogni di cui la diffusione della democrazia, di pari passo con la diffusione dei movimenti di massa, rendeva sempre più consapevoli e la cui soluzione diventava sempre meno ineludibile.
L'analisi dello Stato sociale implica quindi lo studio dei processi di trasformazione delle strutture economiche, istituzionali e sociali. Lo Stato sociale si realizza prevalentemente attraverso le politiche sociali, le politiche del lavoro e l'istruzione pubblica. E parlando di politiche sociali, anzitutto, dobbiamo intendere quelle che dovevano risolvere questioni oramai diventate di primaria importanza :
- la previdenza (l'insieme dei diversi sistemi assicurativi obbligatori e finanziati con i contributi e rivolti a coprire: l'invalidità, la vecchiaia, gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali, la disoccupazione, la maternità,…)
- l' assistenza (l'insieme delle opere di beneficenza e carità rivolte verso quella parte della società priva di mezzi di sussistenza)
- la sanità (l'insieme di tutte le attività rivolte alla cura dei cittadini, della loro salute, delle cure farmaceutiche, del trattamento ospedaliero, ecc…)
Chi si occupava dei poveri, dunque, oltre alle funzioni incaricate di mantenere l'ordine ed il decoro? Oggi, anche grazie al varo di leggi apposite, si sono costituite associazioni dedite alla realizzazione di quegli aspetti di politica sociale, nei quali lo Stato è assente o la cui presenza è carente. Sono quelle che vengono definite le associazioni del non profit la cui esistenza, seppur in forma diversa, affonda le proprie radici in tempi lontani. Noi, in questo primo tratto di storia, ripercorreremo per sommi capi la strada che ha portato alle origini dello Stato sociale senza dimenticare che i problemi che ne sono stati all'origine non sono nati in tempi recenti ma a tempi molto più antichi e precedenti la stessa nozione di società e di Stato.
In Italia (così come in Europa prima della formazione degli Stati nazionali) i problemi sociali connessi alla povertà venivano affrontati anzitutto dalle organizzazione vicine alla Chiesa che, a partire dagli ordini monastici, assicuravano la carità verso i poveri e l'ospitalità per viandanti, mendicanti e malati.
Anche le forme di assistenza, così come altra attività continuativa, richiedevano capacità organizzative da parte di chi vi si impegnava. Nel tempo quindi si costituirono associazioni dedite alla beneficenza da cui nacquero le cosiddette "Opere Pie". A queste si rivolgevano non solo i poveri bisognosi ma anche molti cittadini benestanti ed anche ricchi ricchi animati da buona volontà che destinavano alle stesse lasciti monetari, terreni e fabbricati. Di fatto, molto spesso, queste Opere Pie diventarono autentiche forze economiche tanto da attirarne l'attenzione dello Stato, a quei tempi liberale e poco incline a favorire la Chiesa che, giova ricordarlo, si era mostrata "freddina" nei confronti dell'unificazione italiana sotto la monarchia sabauda.
E, benchè riluttante ad intervenire nelle faccende fra privati, lo Stato Liberale ritenne suo interesse cominciare a cercare di "mettere ordine" fra le cose amministrate dal clero, iniziando, ad esempio a cercare di regolamentare le attività delle Opere Pie. Il 3 agosto del 1862 venne varata la prima "grande legge" di "Regolamentazione delle Opere Pie", la legge 753.
Se, la legge del 1862 sulla regolamentazione delle "Opere Pie" non ebbe grandi effetti pratici essa rappresentò però un momento di notevole impatto psicologico e di svolta nella concezione dello Stato poiché segnò l'ingresso nella dottrina dello Stato della cosiddetta "Questione sociale". E così, anche in Italia, come nel resto dell'Europa, andavano prendendo corpo le grandi riforme da cui nacque l'Europa moderna. Ci saremmo giunti gradualmente e non senza dolori e conflitti sociali, ma qui è prematuro parlarne.
Contestualmente alla crescita del sistema industriale ed all'urbanizzazione (di cui abbiamo accennato), andavano formandosi anche associazioni di lavoratori (artigiani, commercianti, operai...) e che, mentre i privati legati al mondo cattolico si muovevano essenzialmente sul piano dell'assistenza, si cominciavano a muovere sul piano dell'organizzazione di piccoli sistemi di previdenza e di assistenza. Proprio su queste basi nacquero le prime "associazioni di mutua soccorso" che costituirono fondi previdenziali utili tanto per l'assistenza sanitaria quanto per l'aiuto durante la vecchiaia.
Conscio che nel Paese parallelamente all'esigenza di maggiori garanzie diventava sempre più forte la presenza delle "società di mutuo soccorso" ben più preoccupanti per il potere, rispetto alle "opere pie" il Governo liberale cercava di porre rimedio, anche alla luce di quanto avveniva negli altri Paesi europei. D'altra parte occorre evitare di credere che le società di mutuo soccorso nascessero esclusivamente per iniziativa operaia, anzi, spesso esse venivano promossa da liberali particolarmente attenti alle questioni sociali ma che forse ritenevano che l'impegno dei privati fosse l'ovvia contropartita all'esigenza di impedire che lo Stato si ingerisse di questioni che "non lo riguardavano". Anzi, va aggiunto a mò di promemoria, che proprio in quel periodo si andarono costituendo le prime cooperative di credito fra cui la Banca Popolare di Lodi (1864) e la Banca Popolare di Milano (1865) che nascevano proprio per favorire l'accesso al credito ai piccoli imprenditori locali.
Fatto è che, in ogni caso, lo Stato non rimase assente ma anzi iniziò ad interessarsi alla questione "società di mutuo soccorso" legiferando da un lato per limitare l'operatività delle stesse (nel 1877 alcune norme relative alla tenuta dei libri contabili e sulle formalità di ammissione introducevano forme di regolamentazione delle società di mutuo soccorso) e dall'altro assumendo in proprio alcune delle attività per le quali si erano costituite le società stesse.
Fu così che nel 1878 (16 dicembre) venne varata la legge 4646 che istituiva il monte pensione per gli insegnanti. Questa legge istituiva la pensione per gli insegnanti che dopo 35 anni di servizio avessero raggiunto i 65 anni di età o dopo 40 anni di servizio se avessero avuto 60. Il calcolo della pensione era relativo alla media degli ultimi cinque anni.
Nel 1879, invece, venne istituita una commissione governativa per lo studio di una proposta di legge istitutiva di una speciale Cassa pensioni, garantita dallo Stato. Essa si ispirava al sistema bolognese basato sul libretto o conto individuale e prevedeva che le pensioni fossero erogate unicamente ad operai e che il fondo fosse costituito costituita con i contributi pagati dagli operai e con gli utili destinati alla beneficenza dalle Casse di Risparmio e da redditi delle Opere Pie.
Vista la forte diffusione delle società di mutuo soccorso, tuttavia, furono istituite commissioni a livello parlamentare per definire il quadro legislativo entro il quale farle operare mentre alle associazioni già riconosciute venne consentito il diritto di erogare pensioni e piccoli sussidi, ma anche ad effettuare piccoli prestiti. Ciò purchè si mantenessero entro limiti molto rigidi e ben definiti sia rispetto al livello contabile che al livello associativo.
Finalmente nel 1886 (15 aprile) il Governo varò la legge di regolamentazione delle società mutualistiche e ad ottobre dello stesso anno nacque la federazione nazionale delle cooperative con un forte radicamento nel Centro e nel Nord del Paese. Nell'anno successivo, il 1887, veniva istituita la Direzione di sanità e l'ufficio degli ingegneri sanitari e nel 1888 vennero varate le norme a "Tutela dell'igiene nella sanità pubblica".
Da un lato il forte successo delle "società di mutuo soccorso" e dall'altro il sempre più evidente interessamento dello Stato ad assumere in proprio la questione sociale, anche la Chiesa si pose la questione di affiancare alle tradizionali attività di beneficenza una propria dottrina di intervento sociale. I principi della dottrina sociale trovarono nel 1891 una sintesi nell'enciclica Rerum Novarum, di Leone XIII.
Parole in libertà sull'origine della crisi (1)
C'è uno stretto legame fra la ricerca del benessere e la ricerca quasi affannosa di relazioni sociali.
Senza queste ultime è molto difficile realizzare situazioni di benessere poicHè ognuno di noi è portatore di competenze fisiche o mentali utili ad aumentare il benessere degli altri.
Anticamente, superata la fase tribale della condivisione dei compiti ed entrati nella fase della divisione degli stessi in modo gerarchico, vi era chi lavorava e chi godeva dei frutti del lavoro altrui attraverso il sistema della schiavitù.
Un modo di acquisire il benessere basandolo sul malessere di altri.
Oggi, terminata (non da molto) l'epoca in cui la schiavitù veniva giustificata permane il razzismo (residuo della mentalità in base alla quale esistono razze degne di privilegi e, in ogni caso, superiori e razze inferiori, in ogni caso indegne di eguaglianza nei diritti). Il desiderio non conclamato ma presente è quello di godere di una situazione di benessere prescindente il punto di vista di chi quel benessere dovrebbe procurarcelo a basso costo (meglio se a costo zero).
In fondo questa mentalità è la stessa che permea anche la storia della lotta di classe e non occorre essere marxisti per capire che è stupida, prima ancora che indecente, la ricerca del mercato in cui si trova ancora qualcuno da far lavorare gratis.
La storia economica dimostra che il benessere viene raggiunto da tutti quando aumenta il benessere di ognuno. Tipica è la storia della giornata di otto ore quando in Inghilterra il neonato movimento sindacale pose la questione di razionalizzare le ore della giornata suddividendole in tre terzi. Un terzo per dormire, un terzo per lavorare bene ed un terzo da dedicare agli affetti ed allo studio, per migliorare la propria condizione lavorativa.
L'opposizione a questo concetto si rivelò per ciò che era, una sciocchezza, quando ci si rese conto che il miglioramento delle condizioni di lavoro e delle condizioni di istruzione diventava occasione di crescita per tutti sia sotto il profilo culturale e sociale, che ... sopresa, economico.
L'economia consumista debuttava nella società inglese ed in quelle società che, successivamente, ne capirono i vantaggi ma troppo tardi rispetto al sistema inglese che mantenne il suo primato assieme al suo ruolo di potenza per molto tempo ancora superato solo dalla nascente, e borghese, nazione americana.
La diffusione dello Stato sociale, così come il consolidamento dei ceti medi, ha portato il sistema occidentale a vincere ogni confronto con il mondo cosiddetto comunista. E' paradossale che la sconfitta di quel mondo ha riportato indietro l'orologio della storia portando alla quasi scomparsa, in numerosi Paesi, del ceto medio.
L'origine della grande crisi odierna sta lì, nella scomparsa dei ceti medi e nell'incapacità di numerosi soggetti di far fronte agli impegni finanziari. Così come sta nell'altra faccia della medaglia, ovvero nella finanziarizzione dell'economia che oltre a non tener conto che il denaro in quanto tale non significa ricchezza se non nasce dallo scambio, non tiene nemmeno conto che perchè vi sia scambio occorre che ci sia chi vende e chi compra. La scomparsa dei ceti medi ha significato anche questo, la scomparsa dello scambio.
In realtà queste cose riguardano maggiormente l'occidente che pure queste cose le aveva capite. Riguarda molto meno l'oriente, in particolare l'India e la Cina (ma non solo). In questi Paesi le classi medie stanno nascendo e si stanno consolidando pur in presenza di ancora grandi sacche di povertà. Benchè ancora limitati dai valori religiosi piuttosto che da quelli dello Stato Padrone, ciò non impedisce alle due principali nazioni asiatiche di far decollare economie basate sulla produzione (ecco una delle grandi differenze rispetto ad aree importanti dell'economia occidentale) e quindi sulla formazione di comunità colte, attive e intraprendenti. Perchè stupirsi della marea di prodotti "made in china" che invade il nostro mercato se qui si rinuncia a produrre? Perchè stupirsi se dopo aver allocato le nostre capacità produttive nei paesi asiatici questi alloca le loro capacità produttive qui in occidente, sostituendo (a prezzi inferiori) chi se n'è andato per produrre con salari inferiori ipotizzando però di vendere allo stesso prezzo di prima a chi... ha perso il lavoro e quindi, con esso, la capacità di acquistare?
C'è dell'incredibile nel fatto che si continui a non capirlo e a sperare che ci si possa appoggiare ad anacronistiche ipotesi protezionistiche. Anacronistiche anzitutto perchè non veniva combattuta la fuga delle imprese verso l'est in nome della libertà d'impresa. Anacronistiche poi perchè le regole, quando vengono inventate, valgono per tutti. Sia per chi va in oriente ad aprire nuove attività sia per chi viene in occidente, a vendere ciò che produce.
giovedì 2 luglio 2009
giovedì 25 giugno 2009
La "comunità locale"
Fra gli argomenti oggetto di questo blog vi è la di "comunità locale".
Infatti, appena dopo la relazione donna-uomo, la relazione più naturale è quella che gli esseri umani hanno intrapreso con i propri simili, sia attraverso le prime relazioni di tipo "commerciale" sia attraverso la costruzione delle famiglie prima e le tribù poi.
Quello dell'origine storica delle società è un argomento che mi ha sempre affascinato molto e considero la sua conoscenza come preliminare allo studio della "comunicazione"... ma su questo ci ritornerò in altre occasioni. Ciò che al momento mi interessava era di accennare quali siano le ragioni che stanno all'origine dell'interesse per la "comunità locale" che considero forse la sfida più interessante per chi voglia mettere in relazione fra loro le competenze all'apparenza molto distanti (economiche, sociologiche, storiche, psicologiche, ecc...).
L'obiettivo è di sviluppare modelli utili allo sviluppo della comunità locale attraverso un progetto di comunicazione. Per ora finisce qui la mia riflessione.
Voglio proporre questo video trovato su youtube relativo ad un documentario girato su una piccola comunità, buona visione.
Saint John Community
giovedì 18 giugno 2009
All'origine delle comunità
Impossibile, per me, iniziare un viaggio nelle relazioni umane senza cominciare dalla prima forma di comunità umana, quella fra donne e uomini.Di seguito riprendo un racconto che presenta uno dei primi forum da me fondato, assieme ad alcune donne e ragazze, in Rete Civica di Milano: "Donne Uomini Storia".
E' un forum ancora visibile a questo link e fu fondato per sperimentare forme di comunicazione fra culture diverse presenti in R.C.M. e fuori (ad esempio con alcune militanti della Libreria delle Donne).
L'esperimento non fu un gran successo soprattutto per il modo radicale con il quale si contrapponevano fra loro alcune donne, ma ciononostante esso fu apprezzato dalle stesse e resta, per la comunità di Rete Civica di Milano, un esperimento di comunicazione politica che la fece crescere nonostante il suo insuccesso-
MITO SULLA CREAZIONE DELLA DONNA
In principio, quando nell'opera della creazione giunse il momento di creare la donna, Dio vide che aveva usato tutta la materia per la creazione dell'uomo e non gli rimaneva alcun elemento solido. In grave imbarazzo e dopo una lunga meditazione, procedette nel modo seguente: prese l'elasticità dei viticci e il tremito dell'erba, la sottigliezza delle canne e il rigoglio ei fiori, lo sguardo della cerbiatta e la compattezza di uno sciame d'api, la giocondità dei raggi del sole, il pianto delle nuvole e l'instabilità del vento, l'avidità della lepre e la vanità del pavone, la falsità della gru e la fedeltà delle anatre selvatiche e mischiando tutte queste qualità creò la donna e la diede all'uomo.
Ma dopo una settimana venne l'uomo e disse: “ Signore, la creatura che tu mi hai dato mi rende la vita infelice. Chiacchera in continuazione, mi tormenta senza posa e non mi lascia un momento in pace. Vuole che mi occupi sempre di lei e mi fa sprecare tutto il mio tempo. Strilla per la minima sciocchezza e se ne sta ad oziare tutto il santo giorno. Sono venuto a riportarla indietro perché con lei non posso proprio vivere”. Dio disse: “va bene” e al riprese indietro.
Dopo una settimana l'uomo ritornò e disse: “Signore, ho la sensazione che la mia vita sia diventata un deserto dal momento in cui ti ho restituito quella creatura. Ripenso a come lei danzava e cantava per me, a come mi sbirciava con la coda dell'occhio, a come mi parlava e si stringeva a me. E il suo riso era come una musica e lei era bella da vedere e morbida da toccare”. E il creatore disse: “va bene” e gliela ridiede. Dopo tre giorni l'uomo tornò e disse: “Signore, io non so cosa mi succeda ma alla fine sono arrivato a concludere che essa è per me un disturbo più che un piacere. Ti prego, riprenditela di nuovo”. Ma il creatore disse: “vattene via, sparisci, perché io ne ho abbastanza. Cerca di vivere come meglio puoi” e l'uomo disse: “ma io con lei non posso vivere” e il creatore rispose: “neppure senza di lei!”, gli voltò le spalle e continuò la sua opera.
E l'uomo da allora continua a chiedersi: “Che cosa devo fare? Io non riesco a vivere né con lei né senza di lei ”.
(mito dell'India, raccolto da un autore inglese del 1800, F.W. Dein)
mercoledì 17 giugno 2009
Il blog "target benessere"
"Target benessere" è l'approccio al tema "benessere" tramite l'analisi della comunicazione.
Quale nesso lega "benessere" e "comunicazione"?
Anzitutto vorrei osservare che il "benessere" è l'obiettivo principale cui ognuno di noi tende.
Cerchiamo di raggiungere il "benessere" tramite le attività umane, sociali, economiche ed è il "benessere" ciò a cui tendiamo quando vendiamo o compriamo qualcosa. Così come è questa la ragione per cui intrecciamo rapporti specifici con amici e persone a noi care.
E' chiaro, a questo punto, che la ricerca del "benessere" passa attraverso il sistema di relazioni che siamo in grado di realizzare o di negare e questo è frutto della nostra capacità di comunicare. Da qui la scelta, nell'avvito di una ricerca nell'ambito della comunicazione, del nome "target benessere".
E, a proposito di "comunicazione" non posso non comunicare la nascita di un "blog" sicuramente interessante nell'ambito di quelli che si occupano del "benessere". Si tratta del blog promosso da Catia Conti che ha inaugurato il blog "http://benessereallavoro.blogspot.com/".
Buona fortuna e buon lavoro a Catia.
Spero di rendere questo blog, "target benessere", interessante ed utile a tutti coloro che si occupano di comunicazione così come a coloro che si occupano di benessere.
Quale nesso lega "benessere" e "comunicazione"?
Anzitutto vorrei osservare che il "benessere" è l'obiettivo principale cui ognuno di noi tende.
Cerchiamo di raggiungere il "benessere" tramite le attività umane, sociali, economiche ed è il "benessere" ciò a cui tendiamo quando vendiamo o compriamo qualcosa. Così come è questa la ragione per cui intrecciamo rapporti specifici con amici e persone a noi care.
E' chiaro, a questo punto, che la ricerca del "benessere" passa attraverso il sistema di relazioni che siamo in grado di realizzare o di negare e questo è frutto della nostra capacità di comunicare. Da qui la scelta, nell'avvito di una ricerca nell'ambito della comunicazione, del nome "target benessere".
E, a proposito di "comunicazione" non posso non comunicare la nascita di un "blog" sicuramente interessante nell'ambito di quelli che si occupano del "benessere". Si tratta del blog promosso da Catia Conti che ha inaugurato il blog "http://benessereallavoro.blogspot.com/".
Buona fortuna e buon lavoro a Catia.
Spero di rendere questo blog, "target benessere", interessante ed utile a tutti coloro che si occupano di comunicazione così come a coloro che si occupano di benessere.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
